Basta personalismi! E’ ora di pensare agli olivicoltori

Questa un’annata disastrosa è profondamente diversa da quella del 2014. Dal pericolo che la legge Salvaolio venga svuotata fino alle spaccature della filiera. Una Colomba Mongiello senza peli sulla lingua che ne ha per tutti, anche sulle prese di distanze dal Piano olivicolo nazionale: “il tavolo di filiera è stato consultato per la suddivisione dei fondi presso il Ministero”. Pubblichiamo la lettera indirizzata al Direttore di Teatro Naturale.

Caro direttore,
mi permetta di intervenire sulla crisi del settore oleario italiano dopo aver letto il suo editoriale della scorsa settimana intitolato “non si può morire di mosca olearia o di ipocrisia” ..

Nella sua analisi lei parte dalla grave crisi del settore causato dalla scarsa annata olearia 2018 su cui si sono abbattute nell’ordine la Mosca la lebbra, i forti venti durante la fioritura e le gelate di febbraio danneggiando qualcosa come 25 milioni di ulivi e causando gravi perdite nella produzione olearia con un raccolto che non supererà le 200 mila tonnellate.

Drammatica la situazione della Puglia, la regione più olivetata d’Italia con una perdita netta del 58% ed con una produzione che non supererà le 90 mila tonnellate ma la stessa Calabria vedrà ridimensionata la propria produzione olearia del 34% e la Sicilia del 25% per citare le regioni olearie per eccellenza .

Io condivido con lei l’analisi secondo cui questa un’annata disastrosa sia profondamente diversa da quella del 2014.

Avevamo appena approvato la legge Salvaolio che ho avuto l’onore di firmare insieme a 70 senatori e che fu approvata alla unanimità da Camera e Senato. Poi la stessa dovette affrontare un percorso virtuoso come la procedura di stand still che l’Europa impose dopo la sua entrata in vigore. Ma cresceva la consapevolezza di una filiera che voleva voltare pagina e richiedeva trasparenza nel prodotto e nella sua produzione fiutando la consapevolezza avveduta dei consumatori che cominciavano ad informarsi e a richiedere etichette trasparenti e prodotto tracciato

Nel momento in cui entrava in vigore la legge sulla trasparenza degli oli scoprimmo che l’olio da tutelare era effettivamente poco poiché eravamo alle prese con una sfortunata campagna olearia che aveva più che dimezzato la produzione. Ma nel contempo si ampliava il numero di coloro che avvertivano l’esigenza ( e soprattutto io tra loro) di dare un’anima ad un prodotto identitario della dieta mediterranea che fino ad allora non avevamo saputo raccontare.

Gli stessi ambasciatori del gusto, i nostri chef, lo usavano come un comune ingrediente senza esaltarne sapore e proprietà nutraceutiche , senza conoscere lo straordinario patrimonio di biodiversità italiane che con 500 cultivar rende questo paese unico al mondo; per non parlare dei ristoratori che allora usavano ancora le famigerate oliere con olio di dubbia provenienza che mettevano a rischio la salute dei consumatori e rendevano dubbio il prodotto utilizzato senza tracciabilità ed etichetta.

La norma del tappo antirabocco che firmai in una legge comunitaria l’anno successivo fece comprendere a produttori, ristoratori e consumatori che l’olio e’ un prezioso alimento che deve essere conservato integro per mantenere tutte le sue proprietà e non certamente miscelato con oli di dubbia provenienza o addirittura come spesso accadeva e accade ancora oggi con oli di categoria inferiore.

A tal riguardo trovo paradossale che una circolare ministeriale possa cancellare un articolo di legge votato ad unanimità dal Parlamento.

Mi stupisce la motivazione secondo cui questo tappo può costituire un pericolo . Per chi? Vogliamo nuovamente tornare al far west delle bottiglie unte e rabboccate con oli di dubbia provenienza? E non è forse questo più pericoloso del tappo dove tralasciando l’aspetto economico, serve a tutelare la sicurezza alimentare dei consumatori?

Cosa diciamo alle aziende con le quali abbiamo fatto un lavoro di trasparenza in tutti questi anni e che hanno esaurito scorte ed acquistato i nuovi tappi che ci siamo sbagliati?

Spero si sia trattato di un errore e che si chiarisca presto

Io sono convinta che stiamo lavorando nella giusta direzione e che dopo l’approvazione del tappo antirabocco nella ristorazione sono anche maturi i tempi della bottiglia monodose con cui gli avventori possono degustare e portare a casa. Come vado affermando da tempo i nostri ristoratori devono introdurre la carta degli oli consentendo al consumatore un vero e proprio orientamento nel fantastico mondo dellolio
Devono far sentire, degustare i diversi oli e abbinarli alle varie pietanze. Raccontarne là provenienze, spingerli nella curiosità dei luoghi di produzione. Su questo si fonda il turismo esperienzale

Io credo che in questi anni questa filiera sia cresciuta tanto fino a compiere il salto di qualità che il mercato richiedeva e non sentirsi seconda a nessuno. I consumi mondiali di olio sempre in crescita ci spingono a lavorare sempre per la crescita del settore e il tavolo unico dove tutti i soggetti sono compresi andava in questa direzione.

Ahime la fatica di metterli insieme è durata poco e con molto dispiacere ho dovuto assistere alla spaccatura in due tronconi per dare vita a due soggetti diversi che rappresentano entrambe mondo della produzione e mondo industriale. Non entro nel merito delle scelte imprenditoriali ma ritengo che si è persa un’occasione. I personalismi a volte non aiutano a superare determinate barriere ma voglio ricordare che il primo piano olivicolo italiano e’ partito da questa spinta unitaria e lo abbiamo disegnato insieme riuscendo a trovare un finanziamento di 32 milioni di euro.

Per la verità un pezzo di finanziamenti lo togliemmo al piano carni. Non me lo hanno mai perdonato ma sapevo che se volevamo implementare la produzione di olio nel solco della qualità dovevamo investire risorse. Ingenti risorse. Per la verità il piano costituiva solo la cornice nazionale del piano olivicolo poi ciascuna regione doveva disegnare un vestito su misura a seconda delle superfici olivetate e delle cultivar presenti nei diversi territori con risorse del piano di sviluppo rurale. E’ mancata questa strategia nei PSR regionali che avrebbe costituito la terapia shock per aumentare le superfici olivetate nel solco della produzione italiana e cercare di recuperare con finanziamenti adeguati il recupero di ulivi abbandonati.

Oggi leggo che qualche organizzazione olivicola prende le distanze dalla suddivisione delle somme stanziate. Strano visto che il tavolo di filiera è stato consultato per la suddivisione dei fondi presso il Ministero. Anzi io oggi pretenderei di sapere a che punto è l’utilizzo dei fondi e se sono stati del tutto spesi.

Nel 2018 siamo di nuovo alle prese con una annata olearia disastrosa. Ebbene cerchiamo di uscire dal guado. Riflettiamo seriamente. Le condizioni climatiche mutate richiedono un cambio di passo. E su questo punto pretendo una discussione più matura della filiera. La colpa è’ solo di una generazione anziana di olivicoltori che affronta gli eventi con rassegnazione? Io ho visto crescere tante aziende di giovani olivicoltori che hanno studiato e sono volitivi nell’affrontare le nuove tecnologie. E poi ci sono i furbi che questa filiera conosce fin troppo bene. . Loro sì che sono il vecchio sistema da combattere perché rallentano la crescita del settore e ne macchiano la reputazione nel mondo.

Ma sono cresciuti in questi anni gli anticorpi che sono i consumatori che pretendono qualità e trasparenza, prezzo giusto ed adeguato alla qualità e non offerte sottocosto con finto olio extravergine di oliva per giunta italiano. Magari ne avessimo a sufficienza

Sappiamo da anni che produciamo sempre poco rispetto al fabbisogno interno. Per anni abbiamo taciuto ai consumatori sulle miscele che portavano nomi italiani ma che non avevano nulla a che fare con la penisola italiana

In questi anni ho condotto una battaglia sulla trasparenza e tracciabilità contro l’olio falso italiano, contro l’olio di carta (rimando alla lettura della mia relazione approvata dalla Camera contro la contraffazione dell’olio e le diverse inchieste) contro i prestigiatori che ingannavano e continuano ad ingannare le imprese oneste.

Siamo i secondi produttori al mondo di olio con una distanza siderale dalla Spagna col suo milione e seicento mila tonnellate, l’Italia con le sue duecentomila tonnellate rischia di perdere la seconda piazza a favore della Grecia. Ma intorno a quella cifra di produzione stanno paesi come Tunisia, Turchia . ma conserviamo il primato nella commercializzazione dell’olio.

Crescono i consumi globali di olio con un balzo significativo negli ultimi anni. Forse la spinta a considerare l’olio un super food deve avere indotto tanti consumers ad approcciarsi a questo alimento considerandolo non solo ottimo ma anche salutare per il proprio organismo.

Partiamo da qui. Riconvochiamo il tavolo di filiera al Ministero e pensiamo ad un piano olivicolo 2.0 con risorse consistenti e questa volta per favore pensiamo solo agli olivicoltori, alla ricerca abbiamo gia dato nel precedente piano. Ora ci dicesse come affrontare determinate calamità con tecnologie adeguate, come coltivare meglio per non abbandonare gli alberi, come affrontare i mercati emergenti come implementare la produzione italiana.

E non credo che la soluzione sia il il superintensivo con l arbequina con cui stiamo tipizzando alcune aree del paese. Ma questa è una mia opinione è sono pronta a confrontarmi. Come sempre

di Colomba Mongiello

Fonte: www.teatronaturale.it