Braccio di ferro sul biologico

Il Parlamento ha promosso un disegno di legge sull’agricoltura biologica che è attualmente in discussione al Senato della Repubblica, dopo che la Camera dei Deputati si è già pronunciata sulla sua approvazione.

Il disegno di legge tende a preferire l’agricoltura biologica su altri metodi di agricoltura,  un messaggio che ha spaccato il mondo agricolo e il mondo della ricerca. Gli schieramenti sono molteplici, dagli studiosi “tradizionalisti e produttivisti” ai “pro-bio”, con molte posizioni intermedie.

Gli schieramenti

Un primo schieramento riguarda un gruppo in chiave anti-bio, nviato alla Camera dei Deputati, firmato da importanti ricercatori. Si tratta di un gruppo che promuove una posizione “tradizionalista e produttivistica” dell’agricoltura, in stretta connessione con le posizioni della senatrice a vita Elena Cattaneo, che è impegnata in una forte campagna mediatica anti-bio.

Il secondo schieramento, qui definito più soft, è rappresentato dalle associazioni scientifiche agrarie italiane (Aissa, Fisv, Anbi) che hanno redatto un documento di riflessione che tende a valorizzare tutti i metodi dell’agricoltura italiana, in cui predomina una posizione moderatamente produttivistica.

Il terzo schieramento, appena formato, è quello degli scienziati pro-bio, autodefinitosi “Gruppo di docenti per la Libertà della Scienza” che sottolineano la validità dell’agricoltura biologica.

Il fronte “produttivistico”

Per lo schieramento produttivistico occorre mirare all’integrazione di tutte le tecnologie di precisione oggi disponibili per migliorare la sostenibilità e sicurezza delle produzioni agricole (genomica, nuove biotecnologie, proteomica, metabolomica, tecniche di difesa integrata, RNAi, informatica, robotica, micro-fertirrigazione, ecc.). Con riferimento a ciò, le tecnologie per molti versi obsolete proposte in biologico si pongono più che altro come uno sprone verso gli obiettivi di sostenibilità ambientale e socio-economica propri dell’agricoltura nel suo complesso».

In altre parole, l’agricoltura biologica sarebbe uno “sprone” (uno stimolo), ma non una realtà produttiva praticabile per il futuro.

La linea “soft”

Lo schieramento che chiamiamo “soft”, su proposta di Aissa (l’associazione scientifica che riunisce 22 società scientifiche agrarie), afferma che «la crescita delle produzioni biologiche ha effetti positivi per il loro valore nel bilancio nazionale e il loro consumo, in genere di qualità, critico e consapevole, a fronte di una certa stagnazione o calo nei consumi delle altre derrate agricole. Il biologico è una realtà, non solo in Italia.

In altre parole si afferma il valore dell’agricoltura biologica, ma solo in connessione ai criteri tradizionali dell’innovazione.

La coalizione del bio

Nello schieramento “pro-bio” si schiera un gruppo di ricercatori che, con studi e report alla mano, ha voluto dimostrare la bontà dei campi liberi dalla chimica. Un lavoro che quindi, non condividendo le critiche espresse in diverse occasioni dai detrattori dell’agricoltura biologica (senatrice Cattaneo in testa), riprende e affronta alcuni temi controversi per un approfondimento scientifico.

Si parte quindi da una critica preordinata alla chimica.

Punti di vista corretti ma parziali

Le posizioni e gli schieramenti sono tutti legittimi, perché partono da giusti elementi di contesto, ma spesso parziali e settari, o forse volutamente parziali, poiché trascurano alcuni elementi della realtà.

La realtà economica agraria mondiale, europea e nazionale è articolata e complessa; l’esaltazione di alcuni fattori di contesto, a scapito di altri, conduce a visioni miopi ed ideologiche (a volte economicamente interessate e conniventi) da parte di tutti gli schieramenti.

Cittadini e agricoltura biologica

La disputa e alcuni schieramenti non tengono infatti conto che i cittadini europei si sono espressi sul futuro dell’agricoltura e della Pac, tirando in causa il biologico, come una prospettiva di grande interesse per l’obiettivo del perseguimento di un cibo sano e della sostenibilità ambientale. Per questa ragione, la politica europea degli ultimi anni ha promosso un’agricoltura più verde e ha incentivato l’agricoltura biologica in misura maggiore di altri metodi di agricoltura.

Lo schieramento “tradizionalista e produttivista” afferma che l’interesse del cittadino europeo a favore del biologico è frutto dell’ignoranza sulle conoscenze sugli effetti dell’agricoltura biologica. Secondo tale schieramento:

  • «i prodotti biologici non sono affatto più sani dei prodotti dell’agricoltura convenzionale o integrata»;
  • «la sostenibilità ambientale dell’agricoltura biologica non è sempre dimostrata, specialmente se si tiene conto della minore produttività del biologico».

Gli studi sulla validità dell’agricoltura biologica sono incerti, perché – in realtà – l’agricoltura biologica offre contemporaneamente vantaggi e svantaggi: solo l’imprenditore agricolo (e l’ambiente) può spingere l’ago della bilancia da una parte o dall’altra.

Ciononostante, un dato è certo: i cittadini europei sono orientati a favore del cibo sano e della sostenibilità ambientale e, per questa ragione, sono favorevolmente propensi verso l’agricoltura biologica: magari non tutti possono comprare i prodotti biologici, ma i “desiderata” sono a favore dell’agricoltura biologica.

E’ comunque chiaro come “ambiente” e “cibo sano” sono i due ruoli fondamentali dell’agricoltura.

Lo schieramento “tradizionalista e produttivista” censura le aspettative dei cittadini, relegandole nella risposta dell’agricoltura “razionale” o “integrata”, o anche tacciandole di ignoranza, senza mostrare interesse per il paesaggio e la fornitura di prodotti percepiti “più sani” dai cittadini.

D’altra parte, lo schieramento “pro-bio” trascura gli effetti indesiderati dell’agricoltura biologica, come il problema del rame e delle micotossine.

Consumatori e agricoltura biologica

La domanda di prodotti biologici è in forte crescita. Negli ultimi anni, congiuntamente al fiorente sviluppo delle produzioni biologiche, si è registrato un parallelo sviluppo del consumo dei prodotti alimentari derivati da queste pratiche.

La crescente consapevolezza alimentare che i consumatori stanno sviluppando comporta una riorganizzazione dei modelli di consumo. La tendenza del biologico e quella del consumo consapevole sono in evoluzione, passati ormai da fenomeni di nicchia a fenomeni ampi ed in continua espansione.

Negli ultimi dati consolidati relativi al 2017 mostrano che i consumi del biologico in Italia continuano a crescere. I dati consuntivi del comparto evidenziano un incremento prossimo al 10% (+9,6%) rispetto all’anno precedente.

Le stime che, oltre alla distribuzione moderna e ai discount, tengono in considerazione i negozi tradizionali, il porta a porta e l’e-commerce attribuiscono al consumo interno del prodotto biologico un valore che è arrivato a circa 2,5 Mld di euro (fonte: Sinab).

Anche i dati Ismea-Nielsen per il primo semestre 2018 (fig 1) sono positivi: un incremento generale del +11,5% rispetto allo stesso periodo dell’anno precedente, che denota come l’interesse da parte dei consumatori per i prodotti certificati biologici sia ancora in crescita.

L’incidenza del biologico sul totale dell’agroalimentare è pari al 3% e in aumento di 0,2 punti rispetto allo stesso periodo dello scorso anno. È vero che i volumi complessivi di prodotto biologico commercializzato non ha raggiunto quantitativi importanti, ma il bio è un comparto in cui i consumi crescono, mentre i consumi agroalimentari totali sono in stagnazione da 10 anno (fig 1).

L’analisi per comparti evidenzia come la maggior parte delle filiere biologiche sia cresciuta, pur seguendo dinamiche disomogenee e specifiche per ogni comparto. In altre parole, la crescita dei consumi di prodotto biologico non è una moda, ma una tendenza di lungo periodo che investe tutti i comparti dell’agricoltura.

Lo schieramento “tradizionalista e produttivista” snobba queste tendenze dei consumi alimentari, mostrando interesse solo per il bilancio di autoapprovvigionamento alimentare globale, senza differenziazione dei consumi, che invece sono oggi l’unica arma competitiva dell’agricoltura italiana di fronte ad uno scenario – per lo meno degli ultimi tre anni – di eccesso di offerta e di prezzi bassi.

D’altra parte, lo schieramento “pro-bio” trascura e censura gli effetti dell’agricoltura biologica in termini di produttività, che – seppure superabili con il progresso scientifico – sono comunque rilevanti in uno scenario di aumento della popolazione mondiale.

È vero – come sostiene lo schieramento “tradizionalista e produttivista” – che il bio non è forse l’unica scelta tecnica sostenibile per la produzione di alimenti di qualità, ma è l’unica riconoscibile (normativa ad hoc), mentre la produzione integrata è diventata ormai uno standard, scarsamente ricercabile e identificabile

Il ddl sul biologico ha spaccato l’agricoltura italiana e soprattutto la ricerca italiana. Questa spaccatura è sbagliata e può risultare dannosa.

Può risultare controproducente, soprattutto, puntare sulla creazione di una lobby della ricerca agronomica schierata su posizioni chiuse alle aspettative della società, rivendicando un sentiero di ricerca preferenziale.

D’altra parte è anche sbagliata la pretesa di un primato del bio declamato per decreto. È possibile una posizione di ricucitura seguendo lo slogan opposto: l’agricoltura non è una sola.

L’agricoltura biologica, l’agricoltura integrata, l’agricoltura conservativa, l’agricoltura biotecnologica, l’agricoltura di precisione, l’agricoltura digitale o più agricolture combinate insieme come l’agricoltura biologica e l’agricoltura di precisione: tutte hanno una funzione. Ma tutte devono guardare alle aspettative dei cittadini e dei consumatori.

Fonte: www.terraevita.edagricole.it