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La politica fa solo gli interessi degli imbottigliatori oleari

L’effetto più pesante del cambiamento climatico è stato il crollo della produzione olearia e la strage di 25 milioni di ulivi.

Le organizzazioni degli agricoltori e dei frantoiani hanno denunciato l’assenza nella manovra economica del Governo per l’anno 2019 delle misure necessarie per far fronte alle pesanti calamità che hanno colpito il Paese: a partire dalla Puglia dove si produce la maggior parte dell’olio italiano e vi sono 90mila ettari di terreno coltivati ad ulivi che quest’anno non hanno dato frutti, ciò che ha significato un milione di giornate lavorative perdute nel settore.

Gli impegni assunti dal ministro Centinaio sono solo parole: nello stato di previsione della spesa approvato alla fine di dicembre non c’è un solo euro stanziato per il settore oleario.

Per quanto riguarda le Regioni e i fondi europei per i PSR è semplicemente illusorio pensare che possono, anche in parte, essere messi a disposizione di un nuovo futuro Piano Olivicolo nazionale come richiesto dalla Coldiretti. Tutti sanno che per risollevare le sorti dell’olivicoltura e dei frantoi oleari c’è bisogno di investimenti per nuovi oliveti, di sostegno all’esportazione, di innovazione tecnologica, in sostanza di finanziamenti e di credito.

Sarebbe necessaria una nuova politica nel comparto dell’agroalimentare fatta di interventi strutturali in grado di superare lo storico frazionamento delle imprese olivicole (1,3 ettari procapite) senza dei quali l’Italia rischia di perdere per sempre la possibilità di produrre olio dalle olive nazionale così come tanti altri prodotti tipici della dieta mediterranea con effetti disastrosi sull’economia, sul lavoro, sul paesaggio e sulla salute dei cittadini.

Alle aziende del settore oleario che producono l’olio non serve un altro Piano Olivicolo, utile invece per enti e associazioni che possono lucrare di contributi a vario titolo, quanto un processo di digital trasformation che le accompagni nell’adeguamento e nella innovazione tecnologica oltre che nell’adozione di una cultura digitale tesa a fare evolvere gli attuali modelli di business.

In questo determinato momento storico, caratterizzato da grandi cambiamenti ambientali, tecnologici e normativi, gli istituti di credito dovrebbero avere il supporto pubblico necessario per coadiuvare le piccole imprese, spina dorsale dell’Italia produttiva, nella creazione di nuove competenze digitali al fine di sviluppare una visione strategica di marketing territoriale adeguata alle esigenze locali.

Se tutto questo non avverrà avranno ragione coloro che da tempo denunciano una malcelata strategia che vuole l’Italia privilegiare l’industria del confezionamento del prodotto oleario piuttosto che la produzione perché senza l’olio importato buona parte delle aziende imbottigliatrici dovrebbero cessare la loro attività.

Una scelta politica che non troveremo scritta in nessun documento ma che è la logica conseguenza dell’accordo che il nostro governo ha sottoscritto a Bruxelles sul sostegno europeo alla produzione vinicola e zootecnica nazionale in cui non ha trovato posto il settore oleario.

Infine, se la vogliamo dire tutta, prendiamo atto che l’extravergine italiano ha ormai una quota di mercato talmente irrilevante, che la sua presenza nella produzione e nella distribuzione ha un rilievo così scarso da non incidere sia nella bilancia dei pagamenti che nel pil nazionale: e quindi se ne può dichiarare l’estinzione senza che nessuno ne pianga le spoglie, con tanti saluti ad una produzione radicata nei secoli e che è un tratto importante del made in Italy nel settore alimentare.

Al suo posto ci mettiamo il turismo, ha assicurato il ministro dell’agricoltura Centinaio davanti ad una assemblea della Coldiretti. Se il cambiamento vuol dire questo ne prendiamo atto ma non siamo convinti che tutto ciò sia un vantaggio per il nostro Paese.

 

di Giampaolo Sodano – presidente dei Mastri Oleari

 

Fonte: www.teatronaturale.it

 


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