Un po’ di chiarezza sul BIO

I consumatori sono informati e consapevoli che l’uso attuale di antiparassitari produce un rischio sanitario grave e non controllato ma che esistono alternative come il sistema biologico.
I testi antichi testimoniano che le popolazioni dell’antica Grecia, del Medio Oriente e dell’Estremo Oriente già utilizzavano sostanze repellenti o tossiche per combattere i parassiti.

Le colture subiscono danni che possono devastarle. Per prevenire, gli agricoltori usano antiparassitari. Così come per i farmaci, non bisogna abusarne, perché anch’essi hanno effetti collaterali.

Ma oggi sono indispensabili e anche la cosiddetta “agricoltura biologica” non fa eccezione. Contrariamente a quanto comunemente veicolato, anche il “bio” utilizza antiparassitari.

Il disciplinare del “biologico” accetta solo input agricoli considerati “naturali” e l’elenco è lungo. Non per questo sono meno tossici per l’uomo e l’ambiente.

Come ogni sostanza chimica, naturale o meno, è la dose a fare il veleno ed il rischio è condizionato dalla sua esposizione. Se i pesticidi sono sempre più monitorati, valutati e controllati, come per i farmaci, gli errori esistono.

Alcune molecole hanno dimostrato di essere più dannose del previsto per la salute e l’ambiente. È il caso, ad esempio, del rotenone, una molecola estratta da piante tropicali che, è stato dimostrato, causa un aumento del rischio di sviluppare la malattia di Parkinson per gli utilizzatori. Questo pesticida “naturale” e “bio” è stato vietato nel 2011.

Conciliare protezione delle piante ed effetti collaterali dei pesticidi è complicato. Ma credere che l’agricoltura “biologica” possa risolvere questa problematica è illusorio.

Allo stato attuale delle conoscenze, l’Autorità europea per la sicurezza alimentare ritiene poco probabile che l’esposizione sul lungo periodo ai residui di pesticidi influenzi negativamente la nostra salute.

Per quanto riguarda gli agricoltori, l’Inserm (Institut national de la santé et de la recherche médicale) ritiene che vi siano forti sospetti secondo cui nella professione a causa dei pesticidi, “bio” o meno, vi sia una maggiore incidenza di otto forme di cancro e di tre malattie neuro-degenerative (incluso il morbo di Parkinson).

L’incidenza complessiva di tutti i tumori è però inferiore tra gli agricoltori rispetto al resto della popolazione.

Tuttavia, esiste uno strumento importante per limitare drasticamente l’uso di prodotti fitosanitari.

Sebbene ingiustamente criticati in molti paesi, gli OGM sono oggetto di un consenso scientifico molto ampio in merito alla loro sicurezza intrinseca e alla loro capacità di affrontare le sfide alimentari, sanitarie ed ecologiche del nostro tempo. La risposta del “bio” è oltremodo incomprensibile al riguardo, perché il disciplinare vi si oppone categoricamente.

Un rifiuto che deriva da campagne anti-OGM da parte di organizzazioni attiviste come Greenpeace, si è trasformato in legge per tutta l’agricoltura francese. Questa opposizione è incoerente visto che sappiamo che l’agricoltura “biologica” coltiva molte piante derivate dall’ingegneria genetica, come la varietà di grano Renan o il riso della Camargue.

Se il “bio” volesse mantenere la sua coerenza intellettuale coltivando solo piante il cui genoma non è stato modificato dall’uomo, dovrebbe abbandonare gran parte delle sue attuali culture.

Il “bio” è una strategia di marketing basata sul principio del richiamo della natura. Questo preconcetto ci rende più fiduciosi nei confronti di un prodotto presentato come “naturale” rispetto a un prodotto sintetico.

Ma questa opposizione non è convalidata dall’approccio scientifico. Ciò che è naturale non è necessariamente positivo per la salute e l’ambiente. L’agricoltura “biologica” è meno efficiente dell’agricoltura convenzionale.

A causa del rifiuto dei fattori di produzione sintetici, per molte colture le rese medie sono dimezzate rispetto a quelle convenzionali. Per compensare questa differenza, i produttori fanno pagare più caro questo richiamo alla natura al mercato e nei supermercati.

I loro margini fanno affidamento sull’interventismo statale.

Ognuno è libero di consumare o produrre “biologico”, si tratta di libertà di coscienza. Ma non è accettabile che lo Stato promuova e sostenga, a spese del contribuente, una dottrina anti-parassitari e anti-OGM non in linea con l’approccio scientifico e il progresso delle (bio)tecnologie e che, inoltre, non è rispettata nella pratica.

Le false promesse del “bio” non dovrebbero, tuttavia, impedirci di chiedere il massimo della trasparenza sulla qualità sanitaria e ambientale del nostro cibo e della nostra agricoltura.

 

 

Fonte: www.agrapress.it