Dagli ulivi alle strade: il paesaggio che verrà

Lo scorso sabato, nel’inserto de “Nuovo Quotidiano di Puglia” è stato pubblicato l’intervento del professor Pier Luigi Portaluri, ordinario di Diritto amministrativo dell’Unisalento. Le sue parole, la sua visione sono incredibilmente attuali e più focalizzate sulle problematiche di molti nostri colleghi e quasi tutti i nostri politici. Pubblichiamo l’estratto che verte sull’agricoltura e sull’olivicoltura. Credo occorrerebbe invitare anche il professor Portaluri ai tavoli per sentirne l’illuminata posizione.

dott.agr.Gabriele VerderamoCome tutti i salentini, ho davanti ai miei occhi un grande filtro, anche mentale. La distruzione degli olivi. Gli espianti cambieranno in modo irreversibile il paesaggio, lasciando aree di notevole vastità prive della precedente vegetazione.

Facciamo un primo passo indietro. I colleghi botanici e zoologi spiegano che in fondo l’ulivicoltura fu, qualche secolo fa, l’esito di una massiccia pressione antropica sulle essenze arboree ed arbustive spontanee ed originarie del Salento: in particolare lecceti e macchia mediterranea.

Un quadro di accentuata biodiversità sarebbe stato sostituito da una monocoltura non in asse con le biodinamiche naturali.

Secondo passo indietro. Durante l’ultima guerra mondiale, a Londra, sotto le V2, fra le macerie dei quartieri distrutti, gli urbanisti della Regina già pianificavano la nuova città.

Ecco la sfida che ci attende, che è innanzitutto intellettuale.

Faremo l’errore di ragionare da piccolo territorio di eterna provincia? O sapremo guardare con un’arcata mentale e temporale che pensa in termini di decenni?

Non la tocco piano: abbiamo un urgente bisogno di una lunga teoria – una visione – ed una saggia pratica della ‘distruzione’ e ‘ricostruzione’.

Quali’pieni’, insomma, sostituiranno i ‘vuoti’ che xylella ci lascerà? Se non mi sbaglio il dibattito si mostra ancora angusto, rattrappito intorno a pochissime variabili. Per esempio, con quali varietà di ulivo sostituire quelle distrutte dall’infezione.

Comprendo bene le esigenze, ovviamente primarie, del comparto produttivo legato all’olio. Devo però porre una questione generale, dalla cui risposta penso dipenda non solo l’assetto del nostro paesaggio futuro, ma della nostra vita come collettività stanziata su un territorio.

Noi giuristi aministrativisti siamo abituati a ragionare in termini di interessi, pubblici e privati, fra loro sempre confliggenti: fra i quali occorre comunque mediare per tentare una sintesi.

Massimo Severo Giannini, uno dei nostri più grandi Maestri, ci ricordava con la sua arguzia che gli interessi sono come gli dei dell’Olimpo, che litigano fra loro per poi giungere a tregue ed alleanze più o meno stabili e durature.

Il punto è qui: affronteremo questo tema- lo ripeto: cruciale per il nostro viso, cioè per il nostro paesaggio – partendo da una brutale semplificazione, o invece sapremo ‘aprire’ alla considerazione della complessità?

Se opteremo per la seconda strada avremo dinanzi a noi scenari e cataloghi di scelte d’inconsueta ampiezza“.