Extravergine: la guerra del prezzo (al ribasso) stritola produttori e consumatori

L’annata olearia 2018/2019 continua a segnare record: dopo quello negativo della produzione italiana che ha toccato il minimo storico di 175.000 tonnellate di olio di oliva (-59% sull’anno precedente), cui fa triste compagnia anche la produzione greca con poco di più (185.000 tonnellate e -46,5%) e, in contrasto, il record produttivo positivo spagnolo con 1.790.000 tonnellate e un bel +42%, ora è il momento del record, anche questo purtroppo negativo, dei prezzi.

Tutti i mercati fanno segnare valori molto bassi, decisamente poco remunerativi per quasi tutti i produttori: meno di 5/6€ al chilo per l’olio italiano, e si prevede di arrivare addirittura a 3,5€. Non va meglio per l’olio spagnolo che registra meno di 2,5€ al chilo, nonostante i tentativi di tenere alti i prezzi stoccando enormi quantità di olio. Parliamo, ovviamente di olio extravergine franco origine. Se consideriamo che il costo di produzione di un chilo di olio extravergine italiano, per ben che vada, è attorno ai 7-8 euro, facciamo presto a fare i conti: il produttore non riesce a ripagarsi le spese.

Chi trae vantaggio da tutto questo?

Parrebbe da dire il consumatore, che avrebbe l’opportunità di acquistare olio a un prezzo stracciato. Purtroppo non è così.

Anche il consumatore ci rimette o quantomeno non guadagna, come vedremo più avanti, mentre i guadagni grandi, molto grandi, premiano solo chi l’olio lo tratta in quantità enormi: l’industria. Sia quella che lo produce, sia quella alimentare che l’olio lo consuma.

I conti sono presto fatti: se in Italia il consumo medio annuale di olio è di circa 600.000 tonnellate, una differenza di 50 centesimi di prezzo al chilo si traduce in un maggior margine di circa 300 milioni di euro: una bella somma! Se questa analisi la facciamo a livello mondiale, dove il consumo è di poco meno di 3 milioni di tonnellate, i numeri diventano ancora maggiori.

Si diceva che il consumatore non ci guadagna in tutto questo: sembrerebbe un paradosso ma anche questo fatto è presto spiegato.

Da tempo, anche quando i prezzi dell’olio viaggiavano su livelli più alti, il consumatore ha l’opportunità di acquistare olio confezionato a pochi, pochissimi euro: meno di tre e, alle volte, poco più di due. Lecita la domanda: siamo proprio sicuri che si tratti di olio extravergine di oliva, visto che all’origine il prodotto costa ben di più?

Oggi che il prezzo all’ingrosso dell’olio è in caduta libera, nulla è cambiato per il consumatore che continua ad acquistare questi (finti) oli extravergine allo stesso prezzo. Verrebbe da dire: oltre il danno, la beffa! Il danno per l’uso di un prodotto che ha tutto meno che le qualità positive accertate da nutrizionisti, medici e ricercatori. La beffa perché il prezzo di acquisto non varia, come dovrebbe essere, in base ai costi all’origine.

Qui si apre uno scenario che non promette nulla di buono per il futuro: l’industria, sia quella olearia che l’olio lo produce, che quella alimentare che l’olio lo usa, non vuole più olio di qualità e in piccole partite. Vuole olio al miglior prezzo e in grandi partite, da qualunque parte del mondo provenga.

L’olio, come la maggior parte delle derrate alimentari, è diventato una commodity, ovvero una materia prima, al pari del carbone o del petrolio, per cui si trova sul mercato praticamente senza differenze di qualità e con prezzo indipendente dall’andamento della domanda e da chi lo produce.

Noi italiani siamo quelli che subiscono maggiormente questa situazione, perché la nostra produzione, ancorché di alta qualità, è estremamente frammentata e troppo cara per i parametri industriali. Scontiamo, in questo, la mancanza di una strategia politica sul mondo dell’olio.

È un paradosso: la patria della Dieta Mediterranea, invidiata in tutto il mondo e che ha nell’olio extravergine di oliva uno dei suoi pilastri, non riesce a formulare una strategia politica, economica e agricola per questo bene prezioso. La stessa mancanza di strategia che ha fatto sì che il Coi (il Consiglio Oleicolo Internazionale, dove si decidono le regole del mondo dell’olio e dove tutti i paesi produttori sono rappresentati) abbia una direzione dichiaratamente ostile alla politica della qualità.

Questa ostilità avrebbe probabilmente trovato un argine se alla presidenza del Coi fosse stato eletto, come avrebbe dovuto ed era stato concordato, un italiano. Purtroppo l’assenza politica e il conseguente scarso peso dell’Italia, ha aiutato coloro che osteggiano la strada della qualità e gli effetti cominciamo a vederli, con produttori e consumatori che continueranno a pagare le conseguenze di questa politica, anzi di non-politica, disastrosa. Senza trascurare le conseguenze ambientali: se un produttore abbandona l’oliveto, tutto l’ambiente e il paesaggio ne risentono e il territorio e il tessuto sociale vengono danneggiati irrimediabilmente.

 

Fonte: www.slowfood.it