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La Corte Ue condanna l’Italia sulla Xylella (e sappiamo chi ringraziare)

Secondo la sentenza il nostro paese non ha attuato subito le misure per impedire la diffusione del batterio. Bucci: “I ritardi non erano inevitabili ma sono stati causati dal governo regionale. Confidiamo nel nuovo ministro Bellanova”

“L’abbattimento doveva essere immediato. Le misure previste dall’Europa erano appropriate, come hanno sempre sostenuto la comunità scientifica e gli osservatori internazionali”. La sentenza “non è una sorpresa” per Enrico Bucci, professore di Biologia dei Sistemi alla Temple University di Philadelphia.

La Corte di giustizia europea, l’organo che ha il compito di garantire che i paesi e le istituzioni dell’Unione rispettino la normativa comunitaria, ha stabilito che “l’Italia è venuta meno all’obbligo ad essa incombente di attuare misure per impedire la diffusione del batterio Xylella Fastidiosa, che può provocare la morte di numerose piante, in particolare degli olivi”, come si legge nel verdetto relativo al ricorso della Commissione, che già nel 2015 aveva imposto misure per eradicare il batterio.

 

 

Per ricapitolare: la Xylella, un batterio vegetale responsabile del disseccamento rapido di diverse piante, viene osservata per la prima volta in Europa nel 2013, sugli ulivi pugliesi. Nel 2015 la Commissione adotta una decisione (una delle fonti del diritto con efficacia vincolante, obbligatoria in tutti i suoi elementi), che impone a tutti gli stati membri di rimuovere non solo le piante infette ma anche tutti gli alberi situati nel raggio di 100 metri di distanza da quelli contagiati. Perché quella è la distanza che può percorrere in una dozzina di giorni un insetto, la sputacchina, che è il vettore del batterio.

Ma un battito d’ali di sputacchina provoca una tempesta complottista. Così inizia il circo di teorie strampalate, con le accuse ai ricercatori e alle diaboliche multinazionali e decreti delle Procure. Nel 2016 la Corte, chiamata a pronunciarsi su una domanda pregiudiziale, dichiara la legalità delle misure di Bruxelles. Ma siccome a quel punto la Xylella si è già diffusa da oltre due anni in alcune zone della Puglia e l’eradicazione non è più possibile, la Commissione chiede nuove misure di contenimento del batterio, per impedire che si diffonda: l’esecutivo europeo modifica la decisione e prevede, in via eccezionale, il monitoraggio del territorio interessato e l’abbattimento immediato delle sole piante infette in una fascia di 20 chilometri che attraversa le province di Brindisi e di Taranto. Nel 2018 la Commissione fa ricorso contro l’Italia, accusata di essere inadempiente. Oggi la Corte dà ragione all’accusa.

“Le situazioni di ordine interno di uno Stato membro non giustificano l’inosservanza degli obblighi e dei termini risultanti dal diritto dell’Unione”, spiega infatti la sentenza.

“L’Italia avrebbe quindi dovuto adottare misure nazionali di emergenza che prevedessero procedure più rapide per superare tali ostacoli”.

La Corte aggiunge che “alla scadenza del termine fissato dalla Commissione, vale a dire il 14 settembre 2017, l’Italia aveva omesso di rispettare due degli obblighi ad essa incombenti”.

“Non ha proceduto immediatamente alla rimozione, nella zona di contenimento” di circa il 22 per cento delle piante infette e per rimuovere le altre ha impiegato “più settimane o addirittura più mesi”, un periodo inconciliabile con il termine “immediatamente” contenuto nella decisione europea.

La colpa del ritardo generale è dovuta al trasferimento di responsabilità dal governo centrale a quello regionale – aggiunge Bucci – Oggi la percentuale di alberi non abbattuti è ulteriormente aumentata. La situazione è ancora peggiore ora, mentre si iniziano a vedere i primi uliveti distrutti anche a Ibiza. Per esempio in Puglia assistiamo allo spettacolo paradossale di uffici che si multano l’un l’altro mentre gli ulivi da abbattere sono sempre lì. Abbiamo l’Arif (l’Agenzia Regionale per le Attività Irrigue e Forestali della Puglia, ndr) senza direzione, dopo le dimissioni del commissario Oronzo Milillo. La situazione è catastrofica, con continui interventi della sovrintendenza che blocca gli abbattimenti. Al di sopra di tutto c’è Emiliano che sguazza tra gli eventi di chi scrive libri per dire che l’emergenza non esiste”.

 

Fonte: www.ilfoglio.it

Epidemiologi da tastiera In evidenza

Leggiamo in questi giorni i soliti post su blog, siti internet e pagine social che come sempre cercano di appigliarsi alle basse percentuali di piante infette riscontrate nei dati del monitoraggio regionale per sostenere che in realtà l’epidemia di Xylella non esiste e l’emergenza sia fasulla.
Taluni addirittura si riferiscono pomposamente a questi scritti come a “studi di epidemiologia”. Continua a leggere

Natura morta salentina, di autori vari

Per sradicare gli ulivi trovati infetti alla burocrazia non bastano 9 mesi, secondo quanto risulta; anzi, in centinaia di casi si trovano le piante infette e poi non si fa più nulla.

E poi:

c’era già pronta una cura dal 2017 e non servivano gli abbattimenti, diceva il governatore della Puglia;
la Xylella è una bufala, si leggeva sul blog di quelli che ieri stavano all’opposizione ed oggi sono ministri;
è una finta emergenza ed una vera farsa, dicevano certi politici locali;
nessuna emergenza perché meno del 2% degli ulivi sono infetti, si ripeteva su certi giornali;
altro che Xylella, sappiamo benissimo che è la brusca, dichiaravano altri assi del giornalismo investigativo;
la scienza è falsa e serva del capitale, dicevano certi eroici libertari da tastiera;
anzi, è colpa degli scienziati e del commissario Silletti e gli alberi non vanno abbattuti, dicevano i giudici;
e, naturalmente, è un complotto della sempre colpevole Monsanto, dicevano cantanti e cabarettiste;
bastano il rame e lo zinco, il sapone e le onde elettromagnetiche, l’acqua informatizzata, le micorrize, i cavoletti pugliesi e il favino o altre mirabolanti rimedi, dicevano certi altri.

6 Agosto 2019, strada provinciale Ruffano-Montesano, Salento.
L’agronomo pugliese Antonio Polimeno filma quello che vede nei campi di un’azienda che ha deciso di eliminare gli ulivi attaccati 5 anni fa dalla Xylella, ormai da tempo completamente disseccati.

Natura morta, opera collettiva degli autori di cui sopra e di altri, che non ho tempo e voglia di menzionare.

 

by

 

Fonte: www.cattiviscienziati.com

La passione del Fatto per Xylella. di Enrico Bucci

Pubblichiamo integralmente l’articolo scritto dal professor Bucci a proposito di xylella, dei negazionisti e del quotidiano che è sempre stato dalla loro parte. E’ un lungo scritto ma, per chi non abbia seguito la storia di questa gravissima epidemia, è molto interessante e, soprattutto, scritto da un competente. Continua a leggere

Il professor Bucci: “No al processo alla scienza”

Enrico Bucci, Adjunct Professor in Systems Biology SHRO presso la Temple University di Philadelfia, commenta da scienziato, su ‘Il Foglio Quotidiano‘ di ieri 8 maggio, l’archiviazione della Procura di Lecce del procedimento contro dirigenti pubblici e ricercatori in merito alla diffusione di Xylella fastidiosa pauca ST53 Continua a leggere

Glifosate e bugie

Quando si decide che qualcosa è rischioso per la salute e si riesce a farlo passare al grande pubblico, può accadere un fatto pericoloso: e cioè che, per compiacere il pubblico, pure i ricercatori e la stampa facciano di tutto per rafforzarne le convinzioni, contribuendo così ad un disastroso rinforzo di preconcetti sbagliati. Continua a leggere

Xylella, bio-cura flop: «Benefici senza prove»

Lo scienziato Enrico Bucci, docente alla Template University of Philadephia, autore di pubblicazioni scientifiche e di un libro intitolato “Cattivi scienziati”, smonta il «progetto Silecc» finanziato dalla Regione che utilizza i biofertilizzanti contro il disseccamento degli ulivi.

Un’analisi sulla relazione finale circa i sistemi di lotta ecocompatibile contro il complesso del disseccamento rapido dell’olivo, è stata condotta dal biochimico e biologo molecolare ritenuto uno dei maggiori analisti di dati scientifici di interesse biologico.

Bucci ha preso in esame i dati della relazione finale del Silecc (presentata nel Palazzo marchesale di Galatone il 20 novembre scorso) secondo cui dopo 18 mesi di sperimentazioni presso la Masseria Lo Prieno di Galatone, dove erano presenti 16 ettari di piante di olivo colpite da Xylella fastidiosa, gli olivi curati con le buone pratiche agricole tendono a riprendersi. Il trattamento delle piante, secondo quanto illustrato, è avvenuto con il biofertilizzante e il contemporaneo sovescio con i “mugnuli” (broccoletti).

Sotto la lente dello scienziato sono finiti il disegno sperimentale e i metodi utilizzati.

«L’assegnazione degli ulivi ai vari blocchi – ha rilevato Bucci – è avvenuta senza la genotipizzazione delle piante coinvolte prima che iniziassero le attività (si noti anche che alcune piante risultano innestate, altre no). In esperimenti simili, come ogni esperto del settore ben sa, questo è un errore da evitare accuratamente.

Nell’elenco dei blocchi sperimentali cui sono assegnate le 84 piante di ulivo – ha proseguito – non è presente nessun blocco completamente privo di ogni trattamento, aratura inclusa, e questo è fonte di numerose stranezze nell’analisi e presentazione dei risultati.

Non solo, stranamente non si misura il contenuto in rame nei terreni né prima, né durante i trattamenti che prevedono l’impiego di solfato di rame; inoltre non è prevista nessuna misurazione degli isotiocianati, i composti attivi del processo di biofumigazione proposto».
Secondo l’esperto mancherebbero parametri con cui confrontare i risultati.

«Non essendo riportata nessuna stima di variabilità rispetto alla media (errore, deviazione standard, varianza) – ha spiegato Bucci – non è possibile controllare la significatività dei dati riportati, tuttavia ancora più stupefacente è l’introduzione di un gruppo di piante come controllo, rispetto al quale è calcolata la significatività della differenza fra le medie, senza che si capisca da dove esso derivi, visto che non è presente nell’elenco dei blocchi sperimentali. Di questo “gruppo fantasma” si sa solo che comprende piante “non potate non trattate che circondano il campo sperimentale”».

Gli effetti visivi di miglioramento, secondo Bucci, non sarebbero legati ai biofertilizzanti.

«La pretesa significatività della differenza nella gravità di disseccamento fra i non trattati e tutti i trattati – è stata la bocciatura dello scienziato – è in realtà attribuibile alla semplice potatura, come risulta dagli stessi dati presentati.

Nessun trattamento ha alcun effetto sulla composizione chimica dei terreni nel periodo di osservazione, e una delle principali ipotesi di lavoro, quella che i trattamenti servissero a ripristinare l’agroecosistema – è stata la conclusione – è smentita dai dati, quindi non c’è nessun effetto di alcun trattamento per quel che riguarda l’infezione da Xylella».

 

Fonte: www.lagazzettadelmezzogiorno.it

 

xylella

Xylella cinque anni dopo, che cosa è cambiato?

L’espansione del batterio responsabile della morte degli olivi in Puglia continua, e dal Salento è in risalita inesorabile verso nord. Nel frattempo sono state messe a punto tecniche per il monitoraggio e la sorveglianza della diffusione di Xylella e del suo insetto vettore, ma ancora non è stata trovata una soluzione per eliminare la malattia

Sono ormai passati quasi cinque anni da quell’autunno del 2013 in cui è stato finalmente chiaro che gli olivi della zona intorno a Gallipoli, nel Salento, stavano morendo a causa del batterio americano Xylella fastidiosa. Che cosa è cambiato in tutto questo tempo? Soprattutto, a che punto siamo con l’individuazione di un rimedio? A queste e altre domande ha cercato di rispondere un convegno che si è svolto a Bari il 21 marzo scorso, organizzato dall’Accademia Pugliese delle Scienze, a cui hanno partecipato tutti i principali ricercatori coinvolti nello studio di questa patologia vegetale, tra cui Donato Boscia e Maria Saponari, entrambi dell’Istituto per la protezione sostenibile delle piante del Consiglio nazionale delle ricerche, e Francesco Porcelli, professore associato al Dipartimento di scienze del suolo, della pianta e degli alimenti (DISSPA) dell’Università di Bari “Aldo Moro”; con l’aggiunta di una interessante sorpresa finale a opera di Enrico Bucci, professore aggiunto alla Temple University di Philadelphia, negli Stati Uniti, non citata nel programma e stranamente mai menzionata durante lo svolgimento del convegno.

Il nodo cruciale emerso è che, come era da aspettarsi, l’espansione verso nord di Xylella continua inesorabile. È arrivata oramai da Oria a Cisternino, alle porte della provincia di Bari, e ha invaso una notevole porzione della zona di contenimento nelle province di Brindisi e Taranto al punto che, si pensa, potrebbe essere necessario spostare ancora a nord il confine della zona cuscinetto. L’area infetta risulta ormai di oltre 5000 chilometri quadrati e comprende tra 1 e 3 milioni di olivi.

Fortunatamente oggi sappiamo molto di più sul conto di questo nuovo ceppo di Xylella, la varietà pauca ST53 che infetta l’olivo, rispetto a cinque anni fa e questo lo dobbiamo soprattutto ai grandi sforzi compiuti dai ricercatori pugliesi, che stanno trasformando i loro centri di ricerca in un polo di riferimento internazionale per lo studio di questo patogeno, con interessanti risvolti occupazionali per giovani laureati. Un’eccellenza tanto più cruciale, poiché il batterio si sta espandendo in altri paesi europei come Germania e Svizzera (dove è stata confinata), Francia (nello specifico Corsica e Costa Azzurra) e Spagna (Baleari e Murcia). Tutte forme differenti dalla Xylella salentina, la ST53, per cui la fonte dell’infezione sembra da ricercarsi nelle scorrette procedure di quarantena, non nel contagio diretto.

Tra le tante cose che abbiamo imparato in questi cinque anni, ora sappiamo molto del genoma della Xylella fastidiosa var. pauca: è stato sequenziato interamente per nuovi approcci di genomica e studi di genetica di popolazione. Da un punto di vista più pratico, sappiamo molto di più anche della patogenicità di questo ceppo. Abbiamo una lunga lista di piante arboree ed erbacee (70 per la precisione) che possono essere infettate, di cui l’ultima aggiunta è il noce, Juglans regia, sensibile a tutti i ceppi. Sappiamo anche che Xylella attacca preferibilmente certe cultivar di olivo rispetto ad altre. Per esempio, il Leccino e la Favolosa (FS17) sono molto più resistenti rispetto a Ogliarola e Cellina, purtroppo le due varietà più diffuse nel Salento.

Questo sta consentendo di studiare, grazie alle moderne tecniche di genomica e trascrittomica, quali siano i fattori che portano alla resistenza, una ricerca basilare per trovare una cura. Nel Leccino per esempio si è visto che la carica batterica è 100 volte inferiore rispetto all’Ogliarola, e la pianta trasmette meno batteri. Questo perché nello xilema, ovvero i vasi di trasporto dell’acqua nelle piante, del Leccino infetto si altera l’espressione di “soli” 652 geni, mentre nell’Ogliarola infetta vengono coinvolti 1708 geni, con conseguenti alterazioni metaboliche nella pianta.

L’Ogliarola soffre di uno stress idrico poiché Xylella blocca i vasi che trasportano l’acqua. La pianta risponde producendo una proteina, l’espansina, che rende più elastica la parete delle cellule disidratate in modo da acquisire più acqua. Xylella a sua volta reagisce incrementando l’assunzione di calcio, che aumenta la virulenza del batterio. Inoltre modifica il microbioma dell’ospite, diventando la specie predominante. La diminuzione dei microrganismi simbionti o commensali causa altro stress alla pianta. Quello che ha stupito molto i ricercatori è che praticamente tutte le piante di Leccino del Salento sono innestate su tronchi di Ogliarola, ma i sovrainnesti di Leccino sopravvivono anche a distanza di dieci anni e tollerano bene la malattia.

I tronchi di Ogliarola, evidentemente, continuano a mantenere la funzione vascolare e sono solo le chiome a morire. Un dato molto interessante per i coltivatori.

Abbiamo infine messo a punto negli ultimi tre anni le tecniche per il monitoraggio e la sorveglianza della diffusione del batterio e del suo poco mobile vettore, tre diverse specie dell’insetto “sputacchina”. Quello che purtroppo non siamo riusciti a fare è stato eliminare la malattia. E ancora non sappiamo come curare o limitare i sintomi. Non per mancanza di tentativi poiché in molti, con metodi più o meno scientifici, hanno provato, e hanno fallito.

Un recente articolo firmato da Marco Scortichini e collaboratori, pubblicato su “Phytopathologia Mediterranea” ha però suscitato grande interesse, poiché lascia intravedere grandi potenzialità. I ricercatori hanno sperimentato in vitro e in campo aperto nel Salento un brevetto israeliano, un fertilizzante chiamato Dentamet che sembra riuscire a ridurre i sintomi causati da Xylella e a far sopravvivere in buono stato di vegetazione le piante infette.

Il Dentamet, a dispetto del nome da dentifricio, è una miscela di rame, zinco e acido citrico. E qui arriva la sorpresa perché, molto atteso al convegno dai pochi che sapevano e prendendo in contropiede chi non sapeva, è intervenuto in collegamento video Bucci, che ha demolito l’articolo di Scortichini e collaboratori.

Bucci infatti si occupa a tempo pieno, oltre che di analisi di big data in campo biologico, di frodi scientifiche e nel 2017 ha cominciato a occuparsi di Xylella. Secondo Bucci l’articolo sul Dentamet presenterebbe una lunga collezione di fallacie scientifiche e metodologiche da cui si potrebbero dedurre effetti che in realtà non ci sono.

Per cominciare, fa notare Bucci, gli esperimenti in vitro sono stati effettuati su X. fastidiosa var. fastidiosa presa da mandorli in California, mentre quella presente in Salento è la pauca. Da dati di letteratura è noto che la varietà fastidiosa reagisce in modo differente alla presenza di ioni rame rispetto alla pauca, per via di una mutazione, quindi questo esperimento non è applicabile nel Salento.

Altre perplessità sorgono analizzando gli esperimenti in vivo. In un articolo precedente di dicembre 2017 Scortichini e collaboratori avevano usato il Dentamet sin dal 2015 in tre campi sperimentali a Veglie, Galatone e Galatina, tutte località salentine, per un totale di 110 alberi. Nell’articolo appena pubblicato in cui si testa l’efficacia del fertilizzante, invece, solo l’oliveto di Veglie, con un totale di 40 alberi, viene considerato. Nell’ultimo lavoro non c’è alcun riferimento ai 70 alberi scartati. Analizzando le immagini aeree dei due campi grazie alle coordinate fornite nell’articolo, Bucci evidenzia che i 30 alberi di Galatone erano verdi nel 2015, ma erano completamente distrutti dalla Xylella nel 2017, e lo stesso vale anche per i 40 alberi di Galatina.

Il campo di Veglie sarebbe sopravvissuto anche perché le condizioni della chioma nel 2015 erano migliori rispetto agli altri due campi. I 40 alberi di Veglie erano distribuiti in quattro file: Cellina trattata, Ogliarola trattata, Cellina non trattata, Ogliarola non trattata, ma c’erano molti fattori di disturbo nel set-up sperimentale. Senza contare la siepe di cipresso che fiancheggia solo una fila di alberi trattati, e sembra che i cipressi attirino il vettore, i 20 alberi di controllo sono descritti nel lavoro come trattati con vari altri fitochimici.

In aggiunta il terreno del campo dalle analisi risultava particolarmente povero di zinco, e l’aggiunta di zinco contenuto nel Dentamet può costituire un altro fattore di disturbo sperimentale perché gioverebbe agli ulivi per ragioni differenti dalla protezione contro Xylella. I dieci alberi di controllo di Ogliarola partivano nel 2015 con molti più rami secchi rispetto alla controparte trattata, e secondo Bucci questo rappresenta un pregiudizio di selezione invalidante l’esperimento.

La carica batterica, oltretutto, viene misurata su solo quattro alberi, due controlli e due trattati, uno per ciascuna varietà, ma i controlli ancora una volta partivano da una carica batterica molto maggiore, con condizioni quindi che li sfavorivano rispetto agli alberi trattati con Dentamet. Ciononostante, al termine dell’esperimento la carica batterica dei tre alberi sopravvissuti era comparabile.

“In sostanza da questo studio – conclude Bucci – nulla si può concludere”. A dispetto di chi lo vende al momento a prezzi molto alti per via della risonanza mediatica.

La ricerca, quella fatta bene, per fortuna, continua, ma sembra che bisogna avere ancora pazienza prima della svolta.

Fonte: www.lescienze.it

xylella

Muoiono lo stesso

Convegno a Bari in tema Xylella: possono i fertilizzanti a base di microelementi arginare l’avanzata del patogeno? La risposta, a quanto pare, è no

“Comunicare la scienza: la Xylella e il deperimento rapido degli ulivi”, questo il titolo del convegno tenutosi ieri, mercoledì 21 marzo, a Bari, presso Villa Rocca, …

Obiettivo dell’incontro, fare il punto della situazione e analizzare anche le supposte nuove cure alternative agli abbattimenti delle piante. Un tema che da tempo agita le molteplici fazioni createsi in Puglia sul tema Codiro, ovvero il complesso del disseccamento rapido degli ulivi.

Fra i convenuti, Donato Boscia e Maria Saponari, del Cnr, Giovanni Martelli, professore emerito dell’università di Bari, Giuseppe Silletti, ex commissario per l’emergenza Xylella, dimessosi a seguito dell’intervento della Procura di Lecce che bloccò gli abbattimenti e mise sotto inchiesta diversi membri della Task Force incaricata di arginare l’epidemia.

Ma è tramite un collegamento skype che sono giunti veri e propri strali sulle ricerche appena pubblicate dal team di Marco Scortichini, del Crea, circa gli effetti di un fertilizzante a base di zinco e rame, capace, secondo i ricercatori di contrastare l’azione patogena di Xylella, consentendo alle piante di continuare a vegetare e produrre sebbene infette.

Su tali prodotti si è peraltro da tempo coagulata l’attenzione di tutti coloro i quali, in Puglia, hanno da subito contrastato gli abbattimenti degli ulivi adducendo argomentazioni dal fatuo al nullo, come le accuse rivolte o agli agrofarmaci, glifosate in primis, o alla mancanza di sostanza organica nel terreno. Una fronda di ostruzionisti, quella di cui sopra, che spesso si è sovrapposta con i più beceri complottismi locali, come quelli anti-Tap, il metanodotto pugliese in via di realizzazione, o su fantomatici ulivi ogm messi a punto da Monsanto.

Ipotesi che se non ci fosse da piangere, vi sarebbe solo che da riderne.

È in tale contesto al vetriolo, con furibonde battaglie sui social fra razionalisti e cospirazionisti, che è giunta quindi la pubblicazione di Marco Scortichini e del suo team. Pubblicata su Phytopatologia Mediterranea, la ricerca porta il titolo “A zinc, copper and citric acid biocomplex shows promise for control of Xylella fastidiosa subsp. pauca in olive trees in Apulia region (southern Italy)”. Tradotto in italiano: un biocomplesso a base di zinco, rame e acido citrico come si mostra promettente nel controllo di Xylella fastidiosa subsp. pauca negli ulivi della regione Puglia.

La sua diffusione è apparsa subito come la prova provata, per i negazionisti, che gli abbattimenti sono inutili e che si sarebbe finalmente trovata la cura. Ma le cose stanno davvero così?

Mica tanto, perché a un’analisi attenta della pubblicazione sarebbero emerse diverse anomalie e criticità sostanziali, sia per quanto riguarda l’impostazione metodologica, sia per quanto concerne i risultati. A mettere tutto ciò a nudo è stato appunto il succitato collegamento via skype, tramite il quale un ricercatore ha fatto le pulci alla ricerca.

Si chiama Enrico Bucci e dopo il dottorato di ricerca è divenuto adjunct professor in systems biology presso la Sbarro health research organization della Temple University di Philadelphia, negli Stati Uniti. Oltre alle sue attività come ricercatore, Bucci si “diletta” anche nel dare la caccia alle frodi scientifiche, una piaga sempre più diffusa nel settore delle riviste e pubblicazioni specializzate. Plagi, falsi, studi farlocchi. Queste cose qui, insomma. Cioè quelle su cui si basano in buona parte le accuse all’agricoltura di avvelenare il pianeta e chi ci vive.

In primis, secondo Bucci, suscitano perplessità gli studi in vitro in cui si dimostrerebbe l’efficacia del fertilizzante su Xylella. Questi sarebbero stati infatti condotti non sulla subspecie pauca, quella degli ulivi, bensì sulla subspecie fastidiosa. Fra le due subspecie, ricorda Bucci, vi sarebbero infatti alcune differenze genetiche che darebbero vita a risposte molto diverse ai microelementi utilizzati nei test. I risultati su fastidiosa, cioè, non possono essere traslati tout court su pauca.

Ma è soprattutto sulle prove in campo che Bucci solleva la maggior parte delle questioni, a partire dal numero di campi sperimentali avviati a prova. Tre sarebbero stati infatti all’origine, a Galatone, a Galatina e infine a Veglie. Solo quest’ultimo sarebbe però stato utilizzato per realizzare la pubblicazione, depennando gli altri due in corso d’opera. Perché tale ablazione?

Dall’analisi di alcune immagine da satellite, i due campi sperimentali non citati nel paper apparirebbero ormai praticamente disseccati dalla patologia, sebbene non sia facile contornare esattamente il perimetro delle prove. Un dubbio sostanziale, al quale si spera che il team di Marco Scortichini possa dare presto una risposta scientifica attendibile. Anche nell’unica prova fatta valere, però, non è che le cose siano andate benissimo. Il terreno risulterebbe infatti molto povero di zinco e solo tale aspetto potrebbe giustificare un effetto positivo sulle piante trattate rispetto alle non trattate. Un effetto che però in tal caso con la Xylella nulla avrebbe a che fare.

Poi diverse perplessità emergono anche sull’impostazione in campo. Lungi dal ripartire l’appezzamento in blocchi randomizzati casuali, come le buone pratiche sperimentali imporrebbero, le piante selezionate per essere trattate con il fertilizzante sarebbero risultate fin da subito meno afflitte dai disseccamenti rispetto a quelle che poi è stato deciso di lasciare non trattate. Inoltre, lungo la tesi trattata si snoda una siepe di cipressi di importante dimensione, ulteriore fattore potenzialmente alterante i risultati finali.

Nemmeno quanto a potatura e trattamenti collaterali vi sarebbe omogeneità fra trattato e non trattato. Il primo sarebbe stato infatti regolarmente potato, al contrario delle piante non trattate. Viceversa, queste ultime sarebbero state trattate con agrofarmaci contro le più comuni patologie e parassiti, lasciando non protette le piante trattate con il fertilizzante. Di solito, buone norme vorrebbero che tutte le variabili diverse dall’oggetto d’indagine venissero gestite in maniera uniforme fra trattato e non.

Al di là dell’obbligo alla randomizzazione delle tesi, effettuare una prova su carpocapsa del melo, per esempio, implica trattare tutte le parcelle con fungicidi anti ticchiolatura, al fine di mantenere l’appezzamento omogeneo per tutto ciò che non siano le tesi insetticide da investigare. Ciò non è invece avvenuto, a quanto emergerebbe dall’analisi di Bucci, nelle prove condotte e pubblicate dal team di Scortichini.

Perfino i dati di partenza, al tempo zero, differirebbero, risultando le piante da trattare meno infette di quelle lasciate poi non trattate. A pagina 14 della pubblicazione in questione sono infatti riportati dei grafici la cui analisi lascia adito a pochi dubbi. Le piante di varietà Ogliarola, scelte per essere trattate, a inizio aprile 2015 presentavano 10 rametti infetti contro i 15 delle piante scelte come non trattato. Il rapporto è invece di 8 contro 10 per le piante della varietà Cellina. Una partenza già non omogenea, quindi.

L’anno dopo, nel 2016, i rilevamenti partivano con 40 – 45 rametti infetti nei non trattati, contro 18-22 circa nei trattati. Nel 2017 tali numeri sono saliti a intorno ai 110 e 140 nei non trattati e verso i 30-50 nei trattati. Nei tre anni di prova, quindi, pur permanendo una differenza fra trattati e non trattati, vi sarebbe un incremento constante nel numero dei rametti infetti. Le tesi trattate avrebbero infatti concluso il 2015 con 5 e 7 rametti circa (Cellina e Ogliarola), chiudendo poi il 2016 con 32 e 50. A fine 2017 la chiusura ha rilevato un ulteriore incremento a 50 – 60. In soli due anni la presenza di rametti infetti nelle due varietà trattate è perciò quasi decuplicata comunque.

Senza considerare che le pratiche di potatura effettuate solo nelle piante trattate può aver reso del tutto insignificanti le differenze che queste hanno mostrato rispetto ai non trattati, lasciati non potati. Anche sulla presenza del patogeno (bacterial load) Enrico Bucci avrebbe individuato dei punti deboli. Innanzitutto, solo 4 piante sarebbero state utilizzate per effettuare queste valutazioni, di cui una sarebbe per giunta morta fra le non trattate a seguito della gelata dell’inverno 2017. Questa avrebbe ridotto la carica batterica in tutte le piante, rendendo omogenei i valori fra le due tesi a confronto. Inoltre, la variabilità all’interno di ognuna delle due tesi apparirebbe maggiore di quella fra le due tesi stesse. In altre parole, secondo Bucci non vi sarebbero dati che supporterebbero un effetto di questi fertilizzanti sull’evoluzione della patologia e sul patogeno.

Infine, anche l’analisi statistica avrebbe suscitato non poche perplessità. La deviazione standard di ogni valore, riportati in guisa di istogrammi nelle figure 7 e 8 del paper di Scortichini, sarebbe proporzionale all’altezza degli istogrammi stessi. Un’eventualità più unica che rara. Tanto rara che lo stesso Bucci la utilizza per andare a caccia di artefatti nelle pubblicazioni cui viene chiamato a fare, per così dire, le pulci.

Quindi, leggendo la pubblicazione in questione e analizzando le critiche mosse da Enrico Bucci, la conclusione parrebbe essere che no, i fertilizzanti a base di zinco, rame e acido citrico non fermano la Xylella, né salvano le piante. Forse, ne ritardano soltanto la fine.

Per giunta a un costo ettaro non trascurabile. Da una breve indagine, è stato infatti trovato un prezzo all’agricoltore di circa 20 euro al litro di tale prodotto (se ve ne sono di diversi si prega di segnalarli). Dato che le dosi usate nella sperimentazione sono state di 3,9 L/ha, utilizzati sei volte, il costo finale per l’agricoltore sarebbe di 480 euro/ha. Un aggravio insostenibile, soprattutto pensando a quelle aziende agricole che più che coltivare gli ulivi si limitano a raccogliere le olive in pieno inverno, magari con le spazzolatrici dopo averle fatte cadere al suolo.

In attesa che il team di Marco Scortichini replichi alle critiche mosse, un pensiero va a tutti coloro i quali hanno cavalcato imprudentemente il sogno che esistesse un prodotto miracoloso capace di guarire le piante e di salvare dall’espianto. Perché la risposta è no: un tale prodotto ancora non esiste.

E la cosa peggiore è che inseguendo tali sogni pericolosi sono state alimentate le molteplici istanze anti-abbattimento, tenendo così aperte le porte alla patologia. Questa, forse eradicabile quando era ancora circoscritta al gallipolino, oggi ha invaso mezza Puglia, minacciando ora perfino il barese. Una gara che a questo punto può definirsi persa.

Una stalla vuota, i cui buoi sono stati lasciati scappare pur di non accettare le evidenze scientifiche che cercavano disperatamente di chiudere la porta prima che fosse tardi. Ora la stalla è infatti vuota, con la porta ancora spalancata. E l’olivicoltura pugliese spacciata.

Che i fautori di tale disastro, di ogni tipo e carica, se ne assumano finalmente la responsabilità.

Fonte: www.agronotizie.imagelinenetwork.com