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Xylella cinque anni dopo, che cosa è cambiato?

L’espansione del batterio responsabile della morte degli olivi in Puglia continua, e dal Salento è in risalita inesorabile verso nord. Nel frattempo sono state messe a punto tecniche per il monitoraggio e la sorveglianza della diffusione di Xylella e del suo insetto vettore, ma ancora non è stata trovata una soluzione per eliminare la malattia

Sono ormai passati quasi cinque anni da quell’autunno del 2013 in cui è stato finalmente chiaro che gli olivi della zona intorno a Gallipoli, nel Salento, stavano morendo a causa del batterio americano Xylella fastidiosa. Che cosa è cambiato in tutto questo tempo? Soprattutto, a che punto siamo con l’individuazione di un rimedio? A queste e altre domande ha cercato di rispondere un convegno che si è svolto a Bari il 21 marzo scorso, organizzato dall’Accademia Pugliese delle Scienze, a cui hanno partecipato tutti i principali ricercatori coinvolti nello studio di questa patologia vegetale, tra cui Donato Boscia e Maria Saponari, entrambi dell’Istituto per la protezione sostenibile delle piante del Consiglio nazionale delle ricerche, e Francesco Porcelli, professore associato al Dipartimento di scienze del suolo, della pianta e degli alimenti (DISSPA) dell’Università di Bari “Aldo Moro”; con l’aggiunta di una interessante sorpresa finale a opera di Enrico Bucci, professore aggiunto alla Temple University di Philadelphia, negli Stati Uniti, non citata nel programma e stranamente mai menzionata durante lo svolgimento del convegno.

Il nodo cruciale emerso è che, come era da aspettarsi, l’espansione verso nord di Xylella continua inesorabile. È arrivata oramai da Oria a Cisternino, alle porte della provincia di Bari, e ha invaso una notevole porzione della zona di contenimento nelle province di Brindisi e Taranto al punto che, si pensa, potrebbe essere necessario spostare ancora a nord il confine della zona cuscinetto. L’area infetta risulta ormai di oltre 5000 chilometri quadrati e comprende tra 1 e 3 milioni di olivi.

Fortunatamente oggi sappiamo molto di più sul conto di questo nuovo ceppo di Xylella, la varietà pauca ST53 che infetta l’olivo, rispetto a cinque anni fa e questo lo dobbiamo soprattutto ai grandi sforzi compiuti dai ricercatori pugliesi, che stanno trasformando i loro centri di ricerca in un polo di riferimento internazionale per lo studio di questo patogeno, con interessanti risvolti occupazionali per giovani laureati. Un’eccellenza tanto più cruciale, poiché il batterio si sta espandendo in altri paesi europei come Germania e Svizzera (dove è stata confinata), Francia (nello specifico Corsica e Costa Azzurra) e Spagna (Baleari e Murcia). Tutte forme differenti dalla Xylella salentina, la ST53, per cui la fonte dell’infezione sembra da ricercarsi nelle scorrette procedure di quarantena, non nel contagio diretto.

Tra le tante cose che abbiamo imparato in questi cinque anni, ora sappiamo molto del genoma della Xylella fastidiosa var. pauca: è stato sequenziato interamente per nuovi approcci di genomica e studi di genetica di popolazione. Da un punto di vista più pratico, sappiamo molto di più anche della patogenicità di questo ceppo. Abbiamo una lunga lista di piante arboree ed erbacee (70 per la precisione) che possono essere infettate, di cui l’ultima aggiunta è il noce, Juglans regia, sensibile a tutti i ceppi. Sappiamo anche che Xylella attacca preferibilmente certe cultivar di olivo rispetto ad altre. Per esempio, il Leccino e la Favolosa (FS17) sono molto più resistenti rispetto a Ogliarola e Cellina, purtroppo le due varietà più diffuse nel Salento.

Questo sta consentendo di studiare, grazie alle moderne tecniche di genomica e trascrittomica, quali siano i fattori che portano alla resistenza, una ricerca basilare per trovare una cura. Nel Leccino per esempio si è visto che la carica batterica è 100 volte inferiore rispetto all’Ogliarola, e la pianta trasmette meno batteri. Questo perché nello xilema, ovvero i vasi di trasporto dell’acqua nelle piante, del Leccino infetto si altera l’espressione di “soli” 652 geni, mentre nell’Ogliarola infetta vengono coinvolti 1708 geni, con conseguenti alterazioni metaboliche nella pianta.

L’Ogliarola soffre di uno stress idrico poiché Xylella blocca i vasi che trasportano l’acqua. La pianta risponde producendo una proteina, l’espansina, che rende più elastica la parete delle cellule disidratate in modo da acquisire più acqua. Xylella a sua volta reagisce incrementando l’assunzione di calcio, che aumenta la virulenza del batterio. Inoltre modifica il microbioma dell’ospite, diventando la specie predominante. La diminuzione dei microrganismi simbionti o commensali causa altro stress alla pianta. Quello che ha stupito molto i ricercatori è che praticamente tutte le piante di Leccino del Salento sono innestate su tronchi di Ogliarola, ma i sovrainnesti di Leccino sopravvivono anche a distanza di dieci anni e tollerano bene la malattia.

I tronchi di Ogliarola, evidentemente, continuano a mantenere la funzione vascolare e sono solo le chiome a morire. Un dato molto interessante per i coltivatori.

Abbiamo infine messo a punto negli ultimi tre anni le tecniche per il monitoraggio e la sorveglianza della diffusione del batterio e del suo poco mobile vettore, tre diverse specie dell’insetto “sputacchina”. Quello che purtroppo non siamo riusciti a fare è stato eliminare la malattia. E ancora non sappiamo come curare o limitare i sintomi. Non per mancanza di tentativi poiché in molti, con metodi più o meno scientifici, hanno provato, e hanno fallito.

Un recente articolo firmato da Marco Scortichini e collaboratori, pubblicato su “Phytopathologia Mediterranea” ha però suscitato grande interesse, poiché lascia intravedere grandi potenzialità. I ricercatori hanno sperimentato in vitro e in campo aperto nel Salento un brevetto israeliano, un fertilizzante chiamato Dentamet che sembra riuscire a ridurre i sintomi causati da Xylella e a far sopravvivere in buono stato di vegetazione le piante infette.

Il Dentamet, a dispetto del nome da dentifricio, è una miscela di rame, zinco e acido citrico. E qui arriva la sorpresa perché, molto atteso al convegno dai pochi che sapevano e prendendo in contropiede chi non sapeva, è intervenuto in collegamento video Bucci, che ha demolito l’articolo di Scortichini e collaboratori.

Bucci infatti si occupa a tempo pieno, oltre che di analisi di big data in campo biologico, di frodi scientifiche e nel 2017 ha cominciato a occuparsi di Xylella. Secondo Bucci l’articolo sul Dentamet presenterebbe una lunga collezione di fallacie scientifiche e metodologiche da cui si potrebbero dedurre effetti che in realtà non ci sono.

Per cominciare, fa notare Bucci, gli esperimenti in vitro sono stati effettuati su X. fastidiosa var. fastidiosa presa da mandorli in California, mentre quella presente in Salento è la pauca. Da dati di letteratura è noto che la varietà fastidiosa reagisce in modo differente alla presenza di ioni rame rispetto alla pauca, per via di una mutazione, quindi questo esperimento non è applicabile nel Salento.

Altre perplessità sorgono analizzando gli esperimenti in vivo. In un articolo precedente di dicembre 2017 Scortichini e collaboratori avevano usato il Dentamet sin dal 2015 in tre campi sperimentali a Veglie, Galatone e Galatina, tutte località salentine, per un totale di 110 alberi. Nell’articolo appena pubblicato in cui si testa l’efficacia del fertilizzante, invece, solo l’oliveto di Veglie, con un totale di 40 alberi, viene considerato. Nell’ultimo lavoro non c’è alcun riferimento ai 70 alberi scartati. Analizzando le immagini aeree dei due campi grazie alle coordinate fornite nell’articolo, Bucci evidenzia che i 30 alberi di Galatone erano verdi nel 2015, ma erano completamente distrutti dalla Xylella nel 2017, e lo stesso vale anche per i 40 alberi di Galatina.

Il campo di Veglie sarebbe sopravvissuto anche perché le condizioni della chioma nel 2015 erano migliori rispetto agli altri due campi. I 40 alberi di Veglie erano distribuiti in quattro file: Cellina trattata, Ogliarola trattata, Cellina non trattata, Ogliarola non trattata, ma c’erano molti fattori di disturbo nel set-up sperimentale. Senza contare la siepe di cipresso che fiancheggia solo una fila di alberi trattati, e sembra che i cipressi attirino il vettore, i 20 alberi di controllo sono descritti nel lavoro come trattati con vari altri fitochimici.

In aggiunta il terreno del campo dalle analisi risultava particolarmente povero di zinco, e l’aggiunta di zinco contenuto nel Dentamet può costituire un altro fattore di disturbo sperimentale perché gioverebbe agli ulivi per ragioni differenti dalla protezione contro Xylella. I dieci alberi di controllo di Ogliarola partivano nel 2015 con molti più rami secchi rispetto alla controparte trattata, e secondo Bucci questo rappresenta un pregiudizio di selezione invalidante l’esperimento.

La carica batterica, oltretutto, viene misurata su solo quattro alberi, due controlli e due trattati, uno per ciascuna varietà, ma i controlli ancora una volta partivano da una carica batterica molto maggiore, con condizioni quindi che li sfavorivano rispetto agli alberi trattati con Dentamet. Ciononostante, al termine dell’esperimento la carica batterica dei tre alberi sopravvissuti era comparabile.

“In sostanza da questo studio – conclude Bucci – nulla si può concludere”. A dispetto di chi lo vende al momento a prezzi molto alti per via della risonanza mediatica.

La ricerca, quella fatta bene, per fortuna, continua, ma sembra che bisogna avere ancora pazienza prima della svolta.

Fonte: www.lescienze.it